Paolo Casalis

THERE ARE NO MORE BAD GUYS


When last year Tiziano Gaia asked me to make a film with him about the Barolo Boys...I admit I had to think about it more than once..

At that time the term Barolo Boys was pretty obscure to me, but I was well aware of the significance of its much more clear and immediate "synonym": the modernists of Barolo.

An introduction becomes necessary: I am not a wine expert, I'm not a sommelier or an enologist, but having previously made a documentary (link) about Langhe with the partecipation of Maria Teresa Mascarello, I had already met the"querelle" between defenders of traditional Barolo (led by the father of Maria Teresa, Bartolo) and new producers, those young rebels who (as Bartolo Mascarello complained) wanted to turn the Langhe into a new Napa Valley, who had studied (copied?) American and French models, and had no hesitation in abandoning a secular tradition and culture.


Going back to that day when Tiziano asked me to make this film, my first thought was of surprise: for the first time someone exalted (and not condemned) the role and history of the Barolo Boys, for the first time someone praised (and not condemned) a group of small producers who from the mid-80's had brought a revolution in the world of wine.

My two successive thoughts were:

1) "Tiziano has a weakness for lost causes, it's better not to follow him on this land"

2) "Well, it could be an opportunity to tell the same story from the opposite point of view, to place my camera in the camp of the cowboys after having told the same story from the side of the Indians" (Andrea Scanzi - link).

"I was in front of a road which was unexplored, full of dangers and adventures .." I could say today paraphrasing Marc de Grazia and his citations of Dante's Ulysses.

More prosaically, the curiosity and the desire to tell something new and original was stronger than any "material" reason. I mean, it is clear that nowadays many other stories pay more in terms of visibility and attention, especially those of organic producers and “natural” wines, the same ones that I had already told in Langhe Doc, to be clear.


Many months have passed since that day, and I must admit that many of my granite certainties are softened, and that my point of view is now much more nuanced and (I suppose) near to the truth.

To be short: there are good and bad altogether.

Or, if you prefer, there are more bad guys, and the cowboys I've filmed are more similar to Kevin Costner in "Dances with Wolves" than to John Wayne (here maybe I've exaggerated a bit, there are no bison and coyotes in the Langhe).

Months of filming in contact with the Barolo Boys, with Elio Altare, Clare Boschis, Giorgio Rivetti, Marc de Grazia (or disgrazia – which means “misfortune”- as he was nicknamed by his detractors) have blunted the differences and what modernist and traditionalist mean to me.

Of course, today the so-called traditionalists are much more open to the innovations introduced by the modernists and it's quite clear (but not yet universally recognized) that they've had an important role in the history of the Langhe wine.

Because let's be clear once and forever: as told in the film by Cav. Lorenzo Accomasso, a super traditionalist and a veteran of the wars of Barolo - "Once Barolo did not know anyone, you went ten kilometers far from La Morra and no one knew what it was."

Second, many of today's Barolo Boys (a name among all? Clare Boschis) are now "organic", perhaps much more than many of their “traditionalists”colleagues , and certainly they don't make abuse of wood as, according to themselves, it happened quite often in the 90's. And finally, as always happens making a documentary, the direct knowledge of people is able to subvert any preconceived idea; not always for the better, mind you! However, in this case the enthusiasm of Clare Boschis, the depth of thoughts of Marc de Grazia, the stubborn pride of Elio Altare ...

I think the movie has been like a curry road to the discovery of the Barolo Boys, made in a time when the balance of history (and the taste of the winelovers) is in favor of the traditionalists.

We have abandoned any will to show or demonstrade our own ideas, preferring to explore all the magma of ideas and thoughts brought by our characters.

We've given voice to the traditionalists, we've filmed and provoked the modernists, raised difficult questions and sometimes we've asked of painful human affairs, personal or generational conflicts that layed buried for decades.

My personal conclusion?

There are no more bad than guys!



Tiziano Gaia

IL MIRACOLO LANGA

(Pubblicato in origine sulla rivista “Slowfood”, Slow Food Editore, Aprile 2014)


Un paio di mesi fa, mentre effettuavo alcune riprese per un documentario sulle vicende che hanno caratterizzato la storia moderna del Barolo, sono finito sul famoso “Belvedere” di La Morra. Era una domenica mattina, la temperatura era rigida (credo fosse gennaio) e il cielo di Langa sembrava un lenzuolo azzuro appena stirato, senza alcuna chiazza di nuvola.
Lo spettacolo però non era sopra le nostre teste, ma molto più in basso, tra le capezzagne delle Rocche, di Brunate e Cerequio, e ancora dritto davanti a noi, verso la collina dei Cannubi, oltre Santo Stefano di Perno e fino a Serralunga. Sotto i nostri occhi, le terre del Barolo si distendevano in tutta la loro geometrica perfezione, avvolgevano il pensiero e trasmettevano una sensazione di serenità e benessere così accentuata da apparire quasi “tattile”
A un certo punto è arrivata una comitiva di turisti di lingua inglese, americani con ogni probabilità.
Dopo l’immancabile coro di “wow!” (sì, a ripensarci erano decisamente americani), la guida, una mia vecchia conoscenza albese, ha iniziato le spiegazioni annunciando con una certa enfasi che in estate tutto quel ben di dio ai nostri piedi potrebbe diventare il 50° sito italiano Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO. Quindi, enunciati gli ettari vitati e i milioni di bottiglie annue, è passata a elencare uno per uno i paesi visibili dal Belvedere, indicandoli col dito.
Quello che nessuna guida dice mai, o quasi mai, è che la fortuna del Barolo è recente. Anzi, recentissima. I depliant dell’Ente Turismo e i pur notevoli libri fotografici che riempiono le vetrine delle enoteche di Alba non mostrano mai come si presentava lo stesso paesaggio anche solo una trentina di anni fa: gerbidi, cascine abbandonate, campi promiscui, strade interpoderali da percorrere soltanto a piedi e non con i mezzi meccanici. Nessuno avrebbe esclamato “wow!” costeggiando la conca delle Brunate e della Serra. Anzi, nessuno ci sarebbe passato: il turismo ha scoperto queste zone negli ultimi vent’anni, se prima incontravi qualche straniero probabilmente vuol dire che s’era perso.
La storia del Barolo non è datata come quella della Borgogna. In Piemonte nessun ordine cistercense ha iniziato otto secoli fa a mappare i cru e testare i sesti d’impianto sui vari vitigni; eppure non è nemmeno così giovane come le premesse potrebbero far pensare.
L’epopea di questo vino e del suo vitigno-padre, il nebbiolo, affonda le radici in pieno Risorgimento italiano e ha per protagonisti alcuni dei personaggi eccellenti del periodo, Carlo Alberto e Camillo Cavour su tutti: alla loro passione per i vigneti di Langa si devono le prime innovazioni cruciali, anche se è una donna, la Marchesa Giulietta Colbert, a usare per la prima volta il nome Barolo associato ai Nebbioli prodotti in zona.
Nel Novecento la tradizione si consolida e tra Alba e le colline fioriscono importanti aziende di vinificazione. Non sono ancora le cantine di oggi, sono piuttosto ditte che acquistano ingenti quantitativi di uva dai contadini e la vinificano, immettendo sul mercato vini col proprio marchio. Il loro numero è esiguo perché sono tempi duri, sulle colline si respira la malora e solo una minoranza è attrezzata per trasformare la materia prima.
Nascono e si affermano quasi tutti tra inizio secolo e le due guerre i nomi che fanno la “seconda rivoluzione” del Barolo, dopo il periodo dei regi entusiasmi: Borgogno, Ratti, Giacomo Conterno, Cappellano, Virginia Ferrero, Pio Cesare, Prunotto, Calissano e pochi altri.
I capostipi di queste famiglie sono grandi conoscitori di vigne, hanno un senso innato del commercio e per diversi decenni sono i veri arbitri delle sorti del territorio: intorno a loro si muove una cerchia di mediatori, sensali, acquirenti e venditori, fino ad arrivare al “particolare”, il piccolo contadino senza voce in capitolo.
Altre figure si muovono su un piano più intellettuale o di “politica del territorio”: penso a Giulio Mascarello, padre dell’indimenticato Bartolo, Battista Rinaldi, sindaco storico di Barolo e, tra i non produttori, Giacomo Morra e Luciano de Giacomi, inventore della Fiera del Tartufo il primo, promotore dell’enoteca di Grinzane Cavour il secondo.
Resta pur sempre un mondo chiuso. E il Barolo, a dirla tutta, non si vende. D’accordo, è il vino della domenica o del giorno delle nozze, ma commercialmente parlando negli anni Settanta non si va oltre le 1.000 lire al litro franco cantina e spesso nelle cascine se ne omaggia una bottiglia al cliente che abbia comprato una damigiana di Dolcetto.
Langhetti che vadano per il mondo a proporre i loro vini ce ne sono, ma anche in questo caso si contano sulle dita di una mano: Angelo Gaja e i fratelli Bruno e Marcello Ceretto sono l’eccezione, non di certo la regola.
Bisogna attendere una perfetta, irripetibile congiunzione astrale per vedere il Barolo spiccare il volo oltre i confini di Langa ed entrare nel novero dei grandi vini internazionali. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni del decennio successivo le informazioni cominciano a viaggiare, il mondo vive un generale periodo di boom economico e il grande pubblico si scopre disponibile a spendere di più per bere meglio. È in questo contesto socio-economico fluido (e certamente propizio) che emerge la generazione dei figli ribelli: viticoltori di 25-30 anni che intuiscono le potenzialità dell’uva nebbiolo, prendono a viaggiare in Francia e a documentarsi, si coalizzano, fanno esperimenti.
In una Langa “inorridita”, questi vigneron mandano in scena la terza e definitiva (per ora) rivoluzione del Barolo: iniziano a diradare le uve per migliorarne la qualità, introducono le piccole botti di rovere francese facendo legna da ardere delle vecchie e grandi botti di castagno, spingono le macerazioni su tempi “scandalosi” di 36-40 ore, invece dei 30, 40, 50 giorni consueti.
Tutto si compie nel giro di dieci anni: precisamente tra il 1976, anno dei primi viaggi in Borgogna, e il 1986 dello scandalo del metanolo e della nascita di Arcigola-Slow Food, con relative pubblicazioni enologiche.
Dietro questa svolta radicale ci sono i “Barolo Boys”, così chiamati dalla stampa americana che, nei primi anni Novanta, scopre i loro vini e li adotta, trasfomando i loro artefici in star riverite e corteggiate. Elio Altare, Roberto Voerzio, Enrico Scavino, Luciano Sandrone, Domenico Clerico, Giovanni Manzone, Giorgio Rivetti e Renato Cigliuti sono tra i primi “modernisti” riconosciuti. Molti altri si aggregano via via (Conterno Fantino, Parusso, Chiara Boschis, i fratelli Corino e i Revello, Mauro Molino, i due Grasso, Elio e Federico…) e vanno a ingrossare le fila di un movimento spontaneo che ha nel celebre importatore italo-americano Marco de Grazia il più importante terminale commerciale per il mercato americano.
Il nuovo Barolo è un concentrato di colore scuro, una bomba di frutto al naso e in bocca sostituisce i tannini dell’uva – che non hanno tempo di attecchire con tempi di fermentazione così esasperatamente ridotti – con quelli della barrique: il mercato impazzisce, i migliori ristoranti del mondo fanno ponti d’oro, la stampa di settore va in visibilio, e come d’uopo fioccano le polemiche.
Superato lo shock iniziale dovuto alla novità, il fronte dei “tradizionalisti” si ricompatta e tra le due visioni del Barolo, una più classicheggiante e legata a una certa idea di identità, l’altra sfacciatamente aperta a ogni possibile sperimentazione e miglioria tecnica, scoppia la più originale delle guerre ideologiche.
I più acuti di entrambi gli schieramenti sanno che anche questo è markerting e, dietro agli appelli ufficiali alla calma, non fanno nulla per stemperare i toni, che ancora una volta richiamo le attenzioni dei media. La Langa così come la conosciamo oggi, capace di togliere il fiato se ci si affaccia dal Belvedere di La Morra, si plasma in quegli anni rutilanti, anni in cui arrivano sulle colline più soldi di tutto il secolo precedente, in cui i giovani decidono di fermarsi in azienda, si rimodernano le strutture e si pianta nebbiolo ovunque sia possibile (benchè non sempre logico).
Oggi le nuove generazioni, figlie dei Barolo Boys e di chi li ha contestati, cercano una sintesi tra le due anime del territorio. Il Barolo 2.0 nasce su 1.500 ettari vitati di 11 Comuni a sud di Alba, finisce in 14 milioni di bottiglie esportate in ogni angolo del globo e sembra aver trovato la giusta misura tra i legittimi desideri d’avanguardia e un gusto più aderente alla tradizione. Ora che tutto questo sta anche per diventare un film, verrebbe da dire che il miracolo è completato. All’inizio ci credevano in pochi, poi i pochi sono diventati tanti, tra due mesi l’Unesco potrebbe farle diventare le Langhe di tutti.

 



(photo credits: Elio Altare, Chiara Boschis, Giovanni Manzone, Marc de Grazia)

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